Sagna palombarese

Una parte della mia famiglia proviene dalla Sabina, un’area compresa tra le province di Roma e Rieti ma che si estende anche in Umbria, Abruzzo e Marche. Questa regione storica è abbellita, nell’area dei miei parenti, dai Monti Lucretini e da immensi uliveti che nel tempo le hanno fatto guadagnare la denominazione Olio Sabina D.O.P. , ossia il primo prodotto italiano a ricevere questo riconoscimento. Ancora oggi, quando i miei genitori salgono qui nel goriziano, chiedo sempre una cosa sola: portatemi una tanica di olio!

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Palombara Sabina è una piccola perla immersa nella campagna; se un giorno tornerò mai nel Lazio, non c’è altro posto dove vorrei vivere.

Ma non sono legata a questi luoghi per l’olio, ciò che mi lega qui è il ricordo: le domeniche estive in campagna o a pranzo dalla mia bisnonna, il portare i fiori al cimitero, oppure la festa delle cerase, ossia l’antica sagra delle ciliegie. Ed è inevitabile anche il ricordo del cibo, quello genuino fatto con le verdure dell’orto dei miei nonni, e soprattutto il brodo preparato con la pasta fatta in casa (i cosiddetti quadrucci all’uovo) e il pollo lessato con le verdure, che in dialetto viene chiamatto allessu. Di recente Palombara è tornata “in voga” sui rotocalchi grazie al programma La casa di Nonna Lalla, dove una simpaticissima nonna Angela racconta agli spettatori le ricette antiche di questo borghetto; ogni tanto ho buttato una lacrima, perché molti di quei cibi li ho gustati da bambina e ancora oggi cerco di integrarli nella mia cucina.

Nello specifico, il piatto che mi ha colpita di più è stata la Sagna: non la lasagna eh, sagna! Questo nome caratterizza un taglio di pasta (di lunghezza che varia in base all’area geografica) tagliato a mo’ di tagliatella, ma molto più larga. Nella trasmissione viene preparata all’uovo, ma a casa come sapete siamo tutti a dieta dall’alba dei tempi, quindi oggi vi propongo la mia ricetta con la farina di semola e senza uova.

Sagna palombarese – ricetta

Il mio primo tentativo: storte, brutte e non proprio lunghe, però che buone!

La ricetta è esattamente quella della pasta, queste le dosi per 4 persone:

  • 250g di semola rimacinata di grano duro (potete usare anche la farina normale);
  • 120-130ml di acqua tiepida;
  • 1 cucchiaio di olio;
  • Sale q.b.

Preparazione

In realtà, non c’è niente di complicato da fare: mescolate gli ingredienti fino ad ottenere un impasto (o pittula, in dialetto) , lavoratelo con le mani e fatelo riposare circa 30 minuti coperto da uno straccio. Dopo il riposo, infarinate bene il ripiano, dividete l’impasto in panetti e stendetelo o con la macchinetta, o con il mattarello (in dialetto stennerellu, perché appunto stende!) fino ad ottenere una sfoglia elastica, ampia e sottile a tal punto da vederci quasi attraverso. Da lì iniziate a creare -a mano, a meno che non abbiate il taglio apposito nella macchinetta- le vostre sagne, con la stessa tecnica di taglio delle tagliatelle ma, appunto, più larghe. Una volta creati i vostri nidi, per la conservazione avete due possibilità: o li fate essiccare asciugandoli con la farina, per mangiarli nei prossimi giorni, oppure potete congelarli, durano molto tempo. La cottura è estremamente veloce e simile agli gnocchi: quando vengono a galla, sono pronte! Il condimento tipico è la salsa di pomodoro, ma io le apprezzo anche con olio, pecorino romano e peperoncino.

Amo molto la pasta fatta in casa, invece qual è il piatto della vostra infanzia preferito?


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